«Il nostro desiderio è che questo padiglione-parabola possa dare espressione concreta, nel campo dell’architettura, alle intuizioni profetiche contenute nell’enciclica “Laudato si’, un magnifico testo religioso, ma anche un manifesto culturale e politico. Il padiglione è chiamato a diventare un laboratorio attivo di intelligenza umana e comunitaria, mettendo in comune ragione e affetto, professionalità e convivialità, ricerca e vita ordinaria». (Cardinal José Tolentino de Mendonça in occasione della presentazione del progetto Opera Aperta alla Biennale di Architettura di Venezia, 2025)
Ispirato al concetto di “Opera aperta" di Umberto Eco, il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Architettura del 2025 si configura come un cantiere aperto alla collaborazione di architetti, cittadini, associazioni e visitatori. L’architettura viene intesa come un atto di cura, capace di generare nuovi modi di abitare gli spazi e nuove relazioni all’interno della comunità.
Prima del restauro
Il Padiglione è collocato nella cosiddetta Ex Casa di Santa Maria Ausiliatrice, antico complesso situato a Venezia, nel sestiere di Castello, a pochi passi dai Giardini della Biennale e dall’Arsenale. Le prime fonti che testimoniano l’esistenza di una chiesa e un ospedale in questo luogo risalgono al 1171, quando venne costruito un ospizio per i pellegrini diretti in Terrasanta.
A seguito del periodo delle crociate, l’ambiente venne adibito ad ospedale, il più antico del centro storico veneziano. Nel tempo, questo subì una serie di trasformazioni: nel XIV secolo, venne ampliato, con l’acquisizione di alcuni edifi ci confi nanti. Nel XVIII secolo, gli spazi interni vennero parzialmente riorganizzati e, con la formazione della corte interna, si raggiunse la volumetria attuale, già individuabile nelle piante settecentesche della città.
Nel 1807 la chiesa venne dismessa e il complesso venne riadattato: nel tempo divenne patronato, istituto scolastico e, dal 2001, centro di attività culturali e residenza per studenti. Negli ultimi anni, la chiesa è rimasta di fatto inutilizzata, se non occasionalmente come spazio espositivo.
Oggi l’edificio presenta evidenti segni del tempo, con incrostazioni, muffe, efflorescenze, che possono essere lette come richieste di attenzione, un perfetto punto di partenza per il progetto della Santa Sede.
L’altare lapideo della chiesa, realizzato nel corso del XVIII secolo, costituisce l’unica testimonianza degli interventi barocchi sul complesso.
Accanto ad essi, sono poste due iscrizioni relative alla costruzione dell’altare. Sulla sinistra: “A FUNDAMENTIS RENOVATUM”, e sulla destra “IN SUBLIMI ERECTUM - MDCCLV”, traducibili come “Rinnovato dalle fondamenta ed elevato in questo luogo sacro - 1755”.
A concludere la composizione, troviamo una trabeazione e un timpano triangolare decorato, al centro del quale si trova la seguente iscrizione: “FIDES PER CHARITATEM OPERATUR”, ovvero “La fede opera mediante la carità”, con riferimento alle origini del complesso.
La sua base, in marmo di Carrara, presenta un altorilievo prospettico raffi gurante l’Ultima Cena, di fi nissima realizzazione. Ai suoi lati si trovano due putti alati con un fascio di spighe e dei grappoli d’uva, simboli eucaristici, accompagnati da due iscrizioni relative alla costruzione dell’altare, nel 1755.
Su due podi laterali, sono poste le statue della Fede e della Carità, accanto a due colonne e due lesene, il cui fusto è rivestito da tarsie in marmo Fior di Pesco quasi impercettibili, un dettaglio che racconta la cura con cui il manufatto è stato realizzato.
Il restauro
Al momento dell’intervento, l’altare si presentava in uno stato di degrado diffuso, a causa delle condizioni ambientali e al lungo disuso. L’elevata umidità del contesto e la presenza di una struttura muraria retrostante avevano favorito la risalita capillare dell’umidità, che ha alterato alcune superfici marmoree, causando perdita di materiale ed effl orescenze saline. Queste sono dovute alla cristallizzazione dei sali presenti nell’acqua e, essendo concentrate nella porzione inferiore dell’altare, avevano cancellato molti dei dettagli dell’altorilievo dell’Ultima Cena.
Inoltre, sulle superfici erano presenti depositi di polveri e particellato atmosferico, che causavano l’ingrigimento della superfi cie e una minore leggibilità dei dettagli. Inoltre, si riscontravano: piccole fessurazioni, il distacco del rivestimento in Fior di Pesco dal podio della colonna di destra, la disgregazione di alcune stuccature e l’ossidazione degli elementi metallici, testimonianze silenziose del tempo che passa.
L’altare è stato oggetto di un intervento di restauro conservativo, finalizzato alla rimozione delle efflorescenze saline e al consolidamento delle parti più deboli del materiale. L’obiettivo era quello di restituire all’opera maggiore leggibilità, seguendo i principi di riconoscibilità e minimo intervento.
- Dopo una prima fase di pulitura e rimozione di una fi nitura in cera ormai ossidata, il restauro si è concentrato sulla desalinizzazione del marmo, realizzata attraverso impacchi ripetuti che, penetrando nella pietra, scioglievano i sali e li estraevano per capillarità. Tutto il processo si è svolto ascoltando attentamente la materia, seguendone i tempi e le necessità.
- Successivamente, le fessure sono state pulite e consolidate, restituendo compattezza alle porzioni più fragili e gli elementi distaccati sono stati reintegrati. Le nuove stuccature, realizzate “a tono”, si integrano ora con naturalezza, restando però riconoscibili, come a testimoniare il passaggio del tempo senza nasconderlo.
Cura del contesto
Oltre a curare la materia, il Padiglione della Santa Sede è un’iniziativa che inaugura processi come ha detto il Cardinale Tolentino de Mendonça, citando le parole di Papa Francesco. L’intento è quello di creare un ambiente che riesca a creare delle connessioni all’interno della comunità locale, sia tra le varie associazioni operanti sul territorio che tra queste e i visitatori del Padiglione.
Pasti condivisi e musica
Lo scambio culturale è stato promosso anche attraverso pasti condivisi e musica. Presso la “Tavola Aperta" si è tenuta una cucina comunitaria, gestita dalla cooperativa "Non solo verde", che ha accolto due volte alla settimana i residenti della zona e i visitatori della Biennale, riconoscendo nel pasto condiviso un'occasione privilegiata di incontro e dialogo.
Inoltre, grazie al sostegno del Conservatorio “Benedetto Marcello”, all’interno del Padiglione sono stati messi a disposizione strumenti musicali, tra cui pianoforti, xilofoni e chitarre, per chiunque volesse suonarli. L’idea sottostante è che quando gli ambienti si riempiono di musica, il visitatore non può fare altro che mettersi in ascolto, prestando attenzione a ciò che il musicista sta condividendo di sé, alla materia che lo circonda e alla storia che essa racconta. Dopo tutto il modo migliore per prendersi cura e conservare un edificio è abitarlo, mantenerlo in vita.
Workshop di restauro
La cura del contesto si è tradotta nella creazione di un ambiente capace di favorire il dialogo e il senso di comunità attraverso un “gioco” educativo accessibile a tutti, fondato su un linguaggio universale: quello delle mani.
In collaborazione con l’UIA, Università Internazionale dell’Arte, il Padiglione ha ospitato una serie di workshop dedicati alle tecniche tradizionali del restauro, realizzati insieme ad associazioni locali e aperti a cittadini, visitatori della Biennale e realtà del territorio. Ogni laboratorio ha messo in relazione persone diverse, spesso estranee tra loro, creando occasioni di incontro attraverso il fare condiviso.
Le attività hanno spaziato dall’affresco alla lavorazione del lapideo, dalla doratura allo stucco e marmorino, fino alla lucidatura a gommalacca e alla realizzazione di calchi. Tecniche diverse, ma unite dallo stesso sguardo, capace di lasciarsi guidare dal ritmo della materia.
Affresco
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L'affresco è una delle tecniche pittoriche più affascinanti della storia dell'arte: a partire dal disegno preparatorio, realizzato su carta e poi trasferito attraverso la tecnica dello spolvero, si passa alla delicata stesura del colore, realizzato sull'intonaco ancora umido. Così facendo, il partecipante ha modo di scoprire come, a contatto con la calce, alcune tinte cambiano sfumatura, anche in maniera imprevedibile. Bisogna quindi allenare uno sguardo nuovo, capace di lasciarsi guidare dal ritmo della materia.
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Calchi siliconi
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Realizzare un calco significa crearne una riproduzione fedele mediante tecniche di impronta: una miscela deve essere stesa direttamente sull'originale, per poi attendere il tempo di presa, rimuoverla e realizzare il negativo. In un'epoca in cui l'unicità sembra essere tutto, qual è il valore di una replica?
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Lapideo
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Il restauro del manufatto lapideo inizia con la sua pulitura, realizzata con tecniche manuali e materiali non invasivi. Una volta rimossi i residui di sporco, si può passare alla stuccatura del manufatto: crepe e ferite, che non possono essere cancellate, vengono integrate con cura, cercando un equilibrio tra ciò che resta e ciò che manca.
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Lucidatura a Gommalacca
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La gommalacca è una resina naturale, prodotta da un insetto originario del Sud-est asiatico, che permette di ottenere una vernice in grado di esaltare la bellezza del legno, proteggendolo senza coprirne la vitalità. Questa deve essere distribuita in maniera uniforme, con gesti lenti e ritmici, che con sensibilità accompagnano la trasformazione.
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Stucco e marmorino
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Stucchi e marmorino sono due tecniche di finitura decorativa, tipiche della tradizione veneziana. Grassello di calce, polveri di marmo e pigmenti minerali vengono mescolati un po' a poco, seguendo i ritmi della materia, per creare un impasto da stendere, lisciare e comprimere. Si tratta di gesti da svolgere con cura, imparando a leggere la materia, per evitare che il materiale si strappi, o si indurisca troppo presto.
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Foglia d'oro
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La doratura è una delle tecniche più delicate dell'arte decorativa. Questa viene realizzata su una superficie liscia e uniforme in gesso, su cui viene stesa una foglia d'oro, che deve essere maneggiata con attenzione e cura. Infine, la superficie dorata deve essere sottoposta a brunitura, ovvero la lucidatura con una pietra d'agata, che rivela la profondità e la luce dell'oro.
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Al termine di ogni incontro, un momento conviviale alla Tavola Aperta ha prolungato lo scambio, favorendo il dialogo e la costruzione di relazioni. Dalle testimonianze raccolte emerge come l'esperienza abbia favorito un clima di ascolto reciproco e di condivisione, permettendo di instaurare un dialogo semplice ma signifi cativo e creando un senso di comunità tra partecipanti con storie e provenienze diverse.
Si tenta in questo modo di “restaurare” non solo la materia, ma anche il tessuto sociale: il semplice atto di star facendo qualcosa con le mani porta i partecipanti ad entrare in relazione, in un clima di condivisione reciproca, che potremmo chiamare “intelligenza comunitaria”.
Il disvelo dell'altare restaurato
L’intervento si è svolto nell’arco di sei mesi, durante il periodo di apertura della Biennale, permettendo ai visitatori di osservare il cantiere da vicino. In occasione della chiusura del Padiglione, si è concluso anche l’intervento sull’altare, che è stato liberato dai ponteggi che lo schermavano, tornando a mostrarsi con la stessa forma di sempre, ma attraversato da una rinnovata cura.
Elisa Maria Ferretti