Filosofia e teologia: un'avventura di reciprocità
L'OSSERVATORE ROMANO
In vista dell'incontro «L'amica geniale», previsto il prossimo 18 marzo e organizzato dalla Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana, il cardinale José Tolentino de Mendonça, insieme ad altri filosofi, teologi e canonisti, è intervenuto nel dibattito sul rapporto tra filosofia e teologia che guida la formazione ecclesiastica e tutta la vita sacerdotale. La riflessione del prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione ruota intorno all'importanza di tale binomio, che non è una semplice coesistenza tra discipline, ma una vera e propria avventura di reciprocità che merita di essere salvaguardata dalla frammentazione e dalla crisi di intelligibilità della nostra epoca.
Ripercorrendo l'evoluzione di questo rapporto a partire dal Novecento fino ai nostri giorni, nel presente contributo filosofia e teologia sono presentate come «due anime della stessa persona legate da un filo invisibile».
L'intervento del cardinale José Tolentino de Mendonça
Il rapporto tra filosofia e teologia non è stato semplicemente una coesistenza accademica ma un’avventura di reciprocità. Come ha giustamente osservato san Giovanni Paolo II nel preludio dell’enciclica Fides et ratio: «Fede e ragione sono come due ali con cui lo spirito umano si libra verso la contemplazione della verità». Tuttavia, nell’epoca contemporanea, queste ali sembrano battere su frequenze diverse, generando molto spesso una crisi di intelligibilità.
Nel Novecento, a ogni modo, il rapporto non solo si consolida ma si rinnova su una base convergente: «Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici» (Giovanni, 15, 12-17). Ampliando il richiamo giovanneo, si è posta una forte enfasi sulla necessità per la teologia di esaminare criticamente se stessa. La filosofia non è più ancilla ma amica theologiae. Secondo Karl Rahner (1904-1984), figura cardine del pensiero teologico del secolo scorso, la filosofia non si limita ad abbellire la teologia ma piuttosto le fornisce un linguaggio concettuale che conferisce alla teologia un necessario rigore scientifico. Non affatto paradossalmente, questo processo introspettivo — certamente di natura epistemologica — apre le porte a un percorso non privo di incertezze ma aperto a orizzonti inesplorati e prospettive meritevoli di essere battute. In questo modo, la filosofia rimane un interlocutore essenziale che non solo struttura il metodo con logica ma aiuta anche ad articolare l’esperienza di fede di fronte alle questioni di un mondo in costante e rapida trasformazione. La teologia cristiana, fin dalle sue origini patristiche, ha riconosciuto che la proclamazione del Logos richiedeva l’universalizzazione delle categorie del pensiero greco. Quando la presenza della filosofia viene meno, la teologia rischia di rifugiarsi nel fideismo o in un sentimentalismo carente di rigore intellettuale.
Benedetto XVI, nel suo magistero, più volte ha cercato di esaminare quel luogo in cui l’incontro non solo è necessario ma si fa fecondo come quando — riflettendo sul contributo della religione al dibattito culturale contemporaneo — mette in risalto «la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia» e, estendendo il raggio della sua riflessione al prologo del Vangelo di Giovanni, afferma che «Logos significa insieme ragione e parola, una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione».
Pertanto non si può non vedere il contributo della teologia al pensiero filosofico, il quale si è arricchito di prospettive uniche. Il dibattito sulla Trinità e sull’Incarnazione ha portato a definire la persona come sussistenza relazionale, un concetto fondamentale per l’antropologia, la psicologia e l’etica moderna. L’idea di un mondo creato dal nulla (ex nihilo) ha introdotto la distinzione tra essenza ed esistenza, portando la filosofia a interrogarsi sulla radicale contingenza dell’essere, così come l’analisi articolata sul peccato e sulla grazia ha spostato l’attenzione dall’intellettualismo greco alla centralità della volontà e della libertà personale. In questa cornice, i teologi hanno sviluppato e raffinato la teoria dell’analogia, fondamentale per la gnoseologia e la filosofia del linguaggio. La visione teologica dell’uomo come “immagine di Dio”, inoltre, ha fornito il fondamento ontologico per il concetto universale di dignità umana e, successivamente, per i diritti umani. Grazie alla teologia, la concezione lineare e provvidenziale del tempo ha sostituito la visione ciclica antica, aprendo la strada alle moderne idee di progresso e senso della storia.
A ben guardare, la crisi attuale sorge — almeno in parte — come problematizzazione del formato della reciprocità. La crisi del linguaggio acuisce la difficoltà di proporre verità eterne in un mondo di significati fluidi e in continuo mutamento. Lo scientismo nega qualsiasi conoscenza che non sia empiricamente dimostrabile. E, dulcis in fundo, un soggettivismo esasperato al limite della paranoia riduce la verità a una sommatoria di esperienze individuali, a loro volta interpretate secondo canoni tanto elastici quanto volubili. Proprio in questo territorio di frontiera, una giusta reciprocità tra teologia e filosofia serve da filtro. La loro amicizia costringe entrambe a mantenere una coerenza interna e una rilevanza esterna. In questo cammino — ricco non solo di incognite ma anche di gradite sorprese — un’indicazione di supporto si trova nel proemio della costituzione apostolica Veritatis gaudium, in cui si propone la via della transdisciplinarità, esercitata con creatività «a fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di Luce e di Vita offerto dalla Sapienza che promana dalla Rivelazione di Dio».
La filosofia, quindi, è una compagna che interroga e approfondisce. Con le sue domande anche scomode, contribuisce alla capacità di meravigliarsi e, a volte, anche di essere in grado di fare un passo indietro o, addirittura, di riconfigurarsi, riscoprendo — senza complessi — la propria fallibilità e vulnerabilità. Edith Stein (santa Teresa Benedetta della Croce), filosofa e mistica, incarna questa sintesi. Per lei, la ricerca della verità era, di per sé, una preghiera. Attraverso la fenomenologia ha saputo creare un ponte ideale tra l’umanità impaziente e quella voce profonda che risuona nell’anima e il cui richiamo, come diceva già sant’Agostino, non può essere taciuto. Questa prospettiva dialogica permette alla teologia di non essere un sistema chiuso ma piuttosto una conoscenza rivolta all’esterno.
Senza alcun dubbio, il rapporto tra teologia e filosofia non è privo di tensioni. Ma emergono, allo stesso tempo, tanti spunti di futuro così come tanti ponti di dialogo inatteso tra pensiero filosofico e teologico. La crisi non è sempre un crepuscolo: alle volte è un parto. Di fronte a questi ampi orizzonti, "la ragione scientifica — come sosteneva Papa Francesco — deve allargare i suoi confini nella direzione della sapienza, per non disumanizzarsi e impoverirsi." Per questa via, la teologia può contribuire all’attuale dibattito di “ripensare il pensiero”, mostrando di essere un vero sapere critico in quanto sapere sapienziale».
Tutte queste sfide possono essere viste, a ogni modo, positivamente tanto che non si potrà più fare a meno di dialogare con le varie scienze, le diverse espressioni culturali e le altre religioni. Sarà quindi necessario favorire il loro studio come quello di tradizioni filosofiche meno conosciute nei contesti ecclesiastici (si pensi al pensiero asiatico e africano o a quello orale dei popoli aborigeni). Appare evidente che la filosofia non ha affatto esaurito la sua funzione ma funge da polarità reciproca, aprendo i canali di comunicazione e mutua comprensione. Pertanto essa — certamente arricchita dai contributi di altre discipline — resta imprescindibile non solo nelle fasi iniziali della formazione al presbiterio ma anche durante tutto il corso della vita sacerdotale.
In questo percorso di reciproca apertura si avrà modo di respirare una freschezza del tutto originale, foriera di novità e capace di svelare venature finora lasciate ai margini o del tutto sconosciute. Durante il recente Giubileo del mondo educativo, Papa Leone XIV traccia il metodo da seguire quando afferma che "chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita". Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale».
In questo tempo — fatto di impegno, sollecitudine e creatività nella risposta ai segni dei tempi — quelle domande costituiranno un sostegno per rafforzare la formazione teologica; anzi, possono perfino rivitalizzarla se la filosofia è concepita non come una concorrente che minaccia ma come un’amica collaborativa davvero geniale. E prendendo spunto dalla storia di Lila e Lenù, protagoniste del romanzo di Elena Ferrante, la filosofia e la teologia sono «due metà di una stessa persona, legate da un filo invisibile».
Card. José Tolentino de Mendonça
Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione