INTERVENTI

"Vita eterna. Conversazioni con i miei nipoti" di Giovanni Bazoli:
generazioni a confronto

interventi ‒ 22 gennaio 2026

Il 22 gennaio scorso la presentazione del libro “Vita eterna. Conversazioni con i miei nipoti” di Giovanni Bazoli, frutto di un confronto tra generazioni, presso la sede della Società Dante Aligheri a Roma, è stata un dialogo intorno all'ascolto e alla possibilità di ricostruire i legami in un'epoca così frammentata come quella attuale.  Sono intervenuti Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri, e il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione offrendo una riflessione tra contemporaneità e tradizione. 

 

L'intervento del cardinale José Tolentino de Mendonça

Perché questo libro è sorprendente e necessario? La risposta non sta anzitutto nel tema che affronta, pur decisivo, né nella forma scelta, pur originale. Sta piuttosto nel gesto che lo attraversa: quello di prendere sul serio le domande ultime, senza trasformarle in formule, senza neutralizzarle con un linguaggio di sicurezza. Vita eterna. Conversazione con i miei nipoti nasce da una fedeltà paziente al pensiero e alla vita, e per questo si offre come un libro che non intende convincere il lettore, ma accompagnarlo.

Nella contemporaneità, per esempio, il filosofo Jean-Luc Nancy ha sollevato una questione che dà da pensare: quella di sapere se, in un mondo in evidente mutazione come il nostro, sia ancora possibile parlare di generazioni. Per parlare di generazioni bisogna che la generazione attuale si senta generata da quella precedente, si consideri debitrice di tale atto generativo e si ritenga erede di un dinamismo che, anche nella successione, mantiene linee di continuità.

Ora, in un mondo che si autorappresenta, ai limiti dell'esasperazione, a partire dal paradigma della rottura e della frammentazione, viene sottratto qualcosa alla possibilità di sperimentarci come generazione. Per Nancy, una delle ragioni del disagio e del disorientamento della civiltà attuale è che «le generazioni non sanno e non si sentono generate, bensì deprivate, abbandonate, o addirittura lasciate sul ciglio di una strada [...], in una regione confusa e priva di piste e segni». E questo disorientamento o vertigine tocca tutti noi, oggi: non solo i ventenni, anche gli ottantenni. È come se la crisi dei legami tra le generazioni ci disconnettesse gli uni dagli altri, ci rendesse più incerti di ciò che siamo, più esitanti sulla durata e sui modi di trasmettere ed ereditare il mondo, senza sapere di cosa dovremmo ringraziarci gli uni gli altri. "Da dove veniamo?". "Di chi siamo eredi?". "Chi ci darà continuità?". "Qual è veramente la nostra storia?". "Che cosa ci è chiesto di conservare e portare avanti?". Culturalmente, manchiamo di testimoni, di trasmettitori e mediatori per un dialogo collaborativo tra generazioni che aiuti a trovare risposte coerenti a queste domande. Abbiamo quindi bisogno di un patto intergenerazionale su punti fondamentali del presente e del futuro, che rimetta al centro la parola "insieme".

Questo libro nasce esattamente dentro questa ferita culturale. Parlare di vita eterna ai propri nipoti significa assumere fino in fondo la responsabilità della trasmissione, non come semplice passaggio di contenuti, ma come atto di fiducia nel tempo. Qui la vita eterna non è evasione dal mondo, ma la sua apertura più radicale: ciò che rende possibile credere che la vita abbia una direzione, e che questa direzione possa essere condivisa.

Non ha paura delle domande. Ne vuole affrettare le risposte senza ascoltare serenamente e fino in fondo le domande.

In queste parole è racchiusa una delle posture spirituali più autentiche del libro. Bazoli non si sottrae alle domande, ma neppure le trasforma in alibi. Le custodisce, le lascia risuonare, le abita come si abita una stanza essenziale della propria fede. In un tempo che pretende risposte immediate, questa scelta appare controcorrente e profondamente evangelica. La fede non è qui presentata come un sistema di certezze pronte all’uso, ma come un cammino di discernimento che richiede ascolto, lentezza, silenzio.

Questo non è un segno di debolezza, ma di maturità spirituale. Il dubbio, quando è attraversato nella luce della fiducia, diventa luogo di approfondimento, di purificazione, di verità. In questo senso, il libro di Bazoli si colloca in una grande tradizione cristiana che non teme l’inquietudine, perché sa che Dio non si lascia rinchiudere in formule. La fede che emerge da queste pagine è una fede che accetta di restare in cammino, che non confonde la stabilità con l’immobilità.

Qui il discorso trova il suo centro. Non un’idea, non un principio astratto, ma una persona. È Gesù che ricompone le domande, che ridona loro un orizzonte e le trasfigura. In lui, la promessa della vita eterna smette di essere una proiezione futura e diventa una presenza che già ora orienta il vivere. Gesù non sottrae l’uomo al dramma della storia, ma lo attraversa con lui.

Il libro finisce con un piccolo gioiello: una pneumatologia. Diventa, infatti, ancora più chiaro che la speranza non può sopravvivere senza il dono dello Spirito e senza la vita nuova che i cristiani ricevono in quanto figli ed eredi. Lo Spirito Santo assicura ai cristiani che sono coeredi di Cristo, poiché il dono dello Spirito è il segno che Cristo è già entrato in possesso della sua eredità ed è garante che le aspettative di quanti sono ancora in cammino si realizzeranno. Le sofferenze che i cristiani devono patire sono un elemento di questo pegno. Coloro che sono coeredi con Cristo devono soffrire con lui prima di essere in lui glorificati. Questa gloria è certa, e lo Spirito Santo è la garanzia che i dolori non sono invano. L’azione dello Spirito Santo è una prova che è già cominciata una nuova era, e che la sua consumazione finale non tarderà. I gemiti e la fatica sono un indizio eloquente che la presente condizione della creazione si risolverà in una fase gloriosa, che includerà la redenzione del cosmo.

In questo orizzonte pneumatologico, la speranza cristiana appare nella sua verità più profonda: non come ottimismo psicologico, ma come dono che precede e sostiene il cammino. È lo Spirito che rende abitabile l’attesa, che trasforma la fatica in preghiera, che custodisce la fedeltà anche quando tutto sembra smentirla.

Come scrive il teologo Dietrich Bonhoeffer: «Dove c’è speranza, non c’è sconfitta anche se c’è grande fragilità, grande miseria e desolazione, grande clamore pieno di paura; la vittoria è già percepibile. Questo è il mistero della sofferenza nella Chiesa e nella vita cristiana: è proprio il portale con la scritta “abbandona la speranza”, il portale della sofferenza, della catastrofe e della morte, che si trasforma per noi nel portale della gloria e dello splendore».

Questo libro, allora, non è solo una riflessione sulla vita eterna. È un atto di fiducia nel tempo, un gesto di responsabilità verso le generazioni che verranno. È la testimonianza di una fede che non pretende di chiudere le domande, ma di attraversarle insieme. Ed è forse questo il dono più grande che si possa fare ai più giovani: non risposte prefabbricate, ma una speranza abitabile, capace di durare.

Rileggendo il testo ho percepito due domande che rivolgo all’Autore.  Nel dialogo con i suoi nipoti, lei sceglie di non semplificare le domande, ma di custodirle. In un contesto culturale che spesso chiede risposte rapide e rassicuranti, pensa che questa pedagogia dell’attesa sia oggi comunicabile anche a chi non condivide il linguaggio religioso, o resta una proposta fragile, esposta all’incomprensione? E poi: la vita eterna, nel suo libro, appare come una promessa che rafforza il legame tra le generazioni. Come immagina che questa visione possa tradursi in scelte concrete – culturali, educative, persino istituzionali – capaci di ricostruire quel “patto intergenerazionale” che oggi appare così lacerato?

 José Tolentino de Mendonça

Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

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