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È la mattina del cristianesimo

notizie ‒ 16 aprile 2026

Intervista del card. José Tolentino de Mendonça a La Voce del Popolo

Intervenuto in apertura del convegno diocesano di Brescia "Siamo la Chiesa del Signore", il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione, in un'intervista a La Voce del Popolo ha approfondito il tema della missionarietà della Chiesa, affermando «La Chiesa è missione oppure non è»

Prima di chiederci che cosa può fare la Chiesa e come può essere missionaria, ci chiediamo e Le chiediamo: cos’è la Chiesa e perché è intrinsecamente missionaria?

La Chiesa è nata dal cuore di Cristo, unita alla sua missione di salvezza universale. Non si tratta di un aspetto tra i tanti, di un settore della pastorale accanto ad altri: la missione è la forma stessa della Chiesa. La Chiesa non ha una missione; la Chiesa è missione, oppure non è. Il Concilio Vaticano II ha operato una svolta copernicana nella comprensione della missione. Prima la missione era intesa prevalentemente come l’attività specifica rivolta ai popoli non ancora evangelizzati, delegata a specialisti – i missionari – inviati in terre lontane. Con il decreto Ad gentes e con la costituzione Lumen gentium, la missione viene ricollocata al cuore stesso dell’identità ecclesiale. Questo significa che ogni battezzato, in forza del Battesimo, è un soggetto missionario. Come avete scritto nei vostri Lineamenta richiamando la terza priorità pastorale: “In forza della nostra fede, abbiamo – non per nostro merito ma per grazia – un lieto annuncio da offrire al mondo”. Qui sta il punto: la missione non è un compito aggiuntivo, un’incombenza che si somma alle fatiche già gravose della vita parrocchiale. È la ragion d’essere di ogni comunità cristiana. La missione non nasce dalle nostre strategie: nasce dall’incontro con il Risorto, da un amore sperimentato e accolto. La grande forma della Chiesa ha come modello il suo Signore, che è Cristo.

 

Concretamente come si può vivere la Chiesa e nella Chiesa come missione?

Papa Leone XIV ha espresso questo con una formula limpida, rivolgendosi ai Vescovi italiani: “Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividere la vita, di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirvi di annunciare il Vangelo, ed è il Vangelo che siamo inviati a portare, perché è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici”. Queste parole sono un antidoto potente contro la tentazione dell’autoreferenzialità ecclesiale, contro quella Chiesa che pensa semplicemente alla propria sussistenza, come giustamente ammoniscono i vostri Lineamenta. Il protagonista di questo grande Sacramento è lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa nelle diverse stagioni della storia. Essa è formata da donne e uomini di tutti i popoli e di tutte le lingue; possiede, quindi, una natura non solo istituzionale, ma anche carismatica, che rappresenta il soffio dell’amore trinitario rivolto a ogni creatura.

 

Ma come si compie questa missione? Qual è il suo stile? Cosa significa oggi essere testimoni di speranza nella Chiesa?

Papa Leone XIV ha ripreso una parola decisiva che unifica i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco: attrazione. La Chiesa si sviluppa per attrazione. Leone XIV ha aggiunto una precisazione illuminante: la forza che presiede a questo movimento di attrazione è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa: “Non è la Chiesa che attrae, ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae, è perché attraverso quel canale arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal cuore del Salvatore”. Questo ha conseguenze enormi per la vita concreta delle vostre comunità. Non si tratta di inventare tecniche nuove di marketing pastorale, né di moltiplicare iniziative in una corsa affannosa. Si tratta di essere, di vivere la trama della quotidianità con speranza e di abbracciare la realtà, per dura e spinosa che sia, rischiando di viverla come trasparenza dell’amore di Cristo. Ogni parrocchia, ogni unità pastorale, ogni oratorio, ogni gruppo è chiamato a diventare un luogo dove chi entra possa percepire, anche solo come una brezza leggera, il soffio dello Spirito. La qualità delle relazioni, la bellezza della preghiera comunitaria, la sincerità dell’accoglienza, la disponibilità per l’accompagnamento, la cura dei più fragili: ecco le vie dell’attrazione generativa.

 

E dove avviene tutto questo?

Avviene in un luogo, in un territorio, tra biografie e volti concreti. Ed è qui che il tema dell’articolazione territoriale diventa decisivo. La Chiesa non è un’idea platonica. È un popolo che cammina nella storia. La “Gaudium et spes” si apre con quella frase che i vostri Lineamenta giustamente richiamano più volte: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”. Questa non è una formula retorica: è il programma di una Chiesa incarnata, che si lascia ferire e fecondare dalla realtà del luogo in cui vive. Il territorio non è semplicemente lo sfondo della missione: ne è la grammatica. Ogni territorio ha la sua lingua, le sue ferite, le sue risorse nascoste, i suoi santi dimenticati, le sue povertà inedite. “La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna” (Papa Leone XIV). Una Chiesa missionaria è una Chiesa sa che conosce il suo territorio non dall’alto di una scrivania, ma dal basso di un’attenzione quotidiana. È la Chiesa che Papa Francesco sognava – e che Papa Leone XIV continua a sognare – quando parlava di una “Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade”. La vostra Diocesi conosce bene questa complessità territoriale: grandi centri urbani e piccole comunità sparse su territori ampi, zone di montagna e di pianura, realtà in piena trasformazione sociale e demografica. I vostri Lineamenta lo dicono con onestà: si registrano forti resistenze e fatiche nell’attuare le Unità Pastorali, permangono forme di campanilismo. Ma questa stessa complessità è una ricchezza, se la guardiamo con gli occhi della fede. Il territorio non è un problema da risolvere: è un dono da abitare. La sfida è passare dalla logica della conservazione del proprio – la propria parrocchia, il proprio campanile, le proprie tradizioni – alla logica della condivisione per il bene di tutti. È il passaggio dal “mio” al “noi” ecclesiale.

 

Il discorso vale anche in relazione al mondo che cambia, frammentato e polarizzato, come quello in cui viviamo?

I vostri Lineamenta individuano con lucidità una delle sfide più radicali: la fine della cristianità intesa come modello sociale e culturale. Nulla è più scontato: né il Battesimo dei bambini, né il matrimonio in chiesa, né la partecipazione alla Messa domenicale. Questo può generare smarrimento, nostalgia, la tentazione di aggrapparsi a un passato che non tornerà. Ma io vi dico: questa è un’opportunità straordinaria. Il vostro Vescovo l’ha scritto nella prima priorità pastorale con parole che meritano di essere meditate a lungo: “In un tempo di secolarizzazione, dove ogni tradizione religiosa appare fortemente indebolita dall’indifferenza e dove tuttavia non è spento il desiderio di Dio, ci è offerta una singolare occasione per riscoprire la grazia e la bellezza di credere nel Signore Gesù Cristo”. Singolare occasione: queste sono parole di speranza, non di rassegnazione. Quando crolla l’impalcatura sociale della fede, quando la fede non può più appoggiarsi su abitudini consolidate, allora emerge in tutta la sua forza la domanda essenziale: perché credo? Per Chi vivo? Allora la fede diventa scelta personale, decisione libera, incontro. E una Chiesa che nasce dall’incontro è molto più missionaria di una Chiesa che si regge sulla consuetudine. Ricordo le parole del vostro concittadino, San Paolo VI, che si rivolgeva ai bresciani: “È innegabile che la nostra società si sta cambiando radicalmente; pensieri, cultura, costumi, economia, vita sociale e anche sentimento ed espressione religiosa stanno evolvendosi. Come si deve trattare questo patrimonio di ieri rispetto all’oggi, rispetto al domani? Il Papa raccomanda loro di non trascurare tale problema, di non considerarlo un peso, ma una forza, una energia, un impegno, un dono che il Signore dà loro non perché si arrestino alla ricchezza goduta ed ereditata, ma perché la traducano in nuove forme, in nuove espressioni, come hanno già fatto i loro vecchi e originali per superare le difficoltà del loro tempo”. Non trascuriamo la sfida che rappresenta la trasformazione del codice culturale, che ha un impatto così forte nelle scelte individuali e nelle modalità di esistenza. Là dove vengono meno le forme di un cristianesimo sociologico, lì può risplendere con maggiore intensità (e con una capacità di sorprendere) la qualità della sua testimonianza.

Nel suo libro “Semi invece di crepuscoli”, lei scrive che abbiamo bisogno di una “scuola dello sguardo”, che ci aiuti a leggere ciò che accade attorno a noi. Come possiamo applicarla al discernimento che la nostra Chiesa è chiamata a vivere?

Guardando a tutta la tradizione biblica della storia della salvezza, vediamo quanto la sfida a guardare e a vedere, ad andare oltre ai limiti di ogni circostanza e leggere il tempo come una soglia dove l’evento salvifico comincia, è sempre stata presente. Si tratta di guardare in profondità, avere uno sguardo lungo, lento, che possa intercettare non soltanto la superficie, l’apparenza, ma possa incrociare fino in fondo quella sete di Dio che esiste nel cuore dell’uomo, anche dell’uomo contemporaneo. Allo stesso tempo, si tratta di individuare le risorse di questo tempo, perché Dio non le lascia mai mancare alla sua Chiesa. Allora, anche nei momenti in cui avvertiamo i grandi transiti epocali, è importante che lo sguardo ci aiuti a lasciar operare la speranza in noi. Non è solo un lavoro di lutto per un mondo che abbiamo lasciato, ma anche un lavoro di speranza che ci fa riconoscere i semi dello Spirito nel mondo presente.

 

L’immagine del Convegno Diocesano è un telaio, dove i fili del Vangelo si intrecciano con i fili della vita quotidiana. Il Vangelo parla a tutte le culture, a tutti gli uomini, a tutte le latitudini...

Avete trovato un’immagine bellissima, perché il tessuto richiama la saggezza che c’è nel costruire una mistica dell’insieme. Il futuro della Chiesa si costruirà attraverso la riscoperta del ruolo della comunità, non soltanto delle vocazioni individuali, che pur sono importanti, ma è necessario riscoprire la forza dell’insieme che, come il tessuto, richiede la lentezza, il tempo della costruzione, dell’ascolto, del mettere insieme, dell’individuare il bene comune e, in seguito, l’arte di incrociare anche le differenze, considerandole non come una minaccia, un ostacolo, ma come parte di una composizione sinfonica, una grande opportunità che è donata alla Chiesa oggi.

 

Un’opportunità non solo per le nostre comunità, in cui vivono diversi carismi, ma anche nel rapporto con le altre culture che abitano i nostri territori.

Riconoscere la differenza, riconoscere i fili, questo è importantissimo. Già Paolo VI, nel 1963, ricevendo una delegazione di bresciani, diceva: “La nostra società è cambiata tantissimo, ma dobbiamo vedere l’opportunità dai nuovi tempi”. Certo, ci sono tanti figli, diversi tra di loro e forse possiamo pensare: “Abbiamo perduto l’unità?”. No, dobbiamo reinventare l’unità in ogni tempo, partendo da questa realtà che è una realtà polifonica e rappresenta un arricchimento molto grande per l’esperienza cristiana.

 

In conclusione, il brand del Vangelo, della buona notizia, se dovessimo parlare in termini aziendali, è un brand forte che regge a lungo termine…

Fortissimo 

 

…E oggi non mancano certo gli strumenti per annunciarlo. Come Chiesa, forse, è necessario investire di più in campi come l’intelligenza artificiale, le nuove tecnologie…

Alcuni pessimisti dicono che viviamo in una società postcristiana, ma, leggendo i testi dei Vangeli, vediamo che il tempo pasquale, che è il tempo della Chiesa, il tempo del risorto, è un oggi perenne. Non siamo nella sera o nel crepuscolo. Penso che siamo in una mattina con una luce che è complessa, ma è una luce forte, capace di illuminare il presente. Per questo, dobbiamo guardare e vivere questo tempo con tutto l’impegno possibile e il vostro convegno della Chiesa bresciana è un grande seme, una grande scommessa in questa mattina del cristianesimo in pieno secolo XXI.