Le Porte della Speranza di Stefano Boeri a Brescia
Inaugurata nella giornata di venerdì 27 marzo 2026, la Porta della Speranza di Brescia collocata presso la casa circondariale “Nerio Fischione” di Brescia e progettata dall'architetto Stefano Boeri, rientra nel progetto Porte della Speranza promosso dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, e realizzato dal Comitato Giubileo Cultura Educazione con Rampello & Partners ed il contributo di Fondazione Cariplo.
Oltre a quella allestita nel carcere, è stata realizzata anche una seconda porta, speculare alla prima, nel Piazzale Arnaldo di Brescia nell'ottica di rappresentare un ponte comunicativo tra il carcere e la città bresciana.
Questa magnifica città di Brescia, che esiste da 5.000 anni, ha visto tanti dei suoi monumenti d’epoca romana e longobarda dichiarati dall’UNESCO, Patrimonio dell’umanità. È stata insignita Capitale italiana della cultura 2023, insieme a Bergamo. Lo sa chi ne conosce la storia e ricorda le nobili origini di Brixia dei suoi patroni Santi Faustino e Giovita. Lo sa anche bene chi ne abita le strade. E lo sa chi oggi si trova davanti a questa porta.
Siamo riuniti in teatro nel giorno in cui si celebra proprio la Giornata Mondiale del Teatro. Non penso che si tratti di una semplice coincidenza, ma anche di un segno: il teatro, come questa porta, è uno spazio in cui ci si incontra davvero, in cui il cambiamento diventa possibile.
Una porta, non un muro, non una barriera, ma un passaggio, una soglia, un invito. Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, attraverso la Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis, ha scelto questa parola — “porta” — come simbolo di un progetto che non è semplicemente artistico, ma profondamente umano, ecclesiale e civile. Come ha scritto il Card. de Mendonça: «aprire una porta [anche quando non esiste un muro], significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro».
Le Porte della Speranza nascono dal gesto con cui il compianto Papa Francesco, il 26 dicembre 2024, aprì la Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia: primo atto del Giubileo, rivolto innanzitutto a chi la libertà l’ha persa. Quel gesto ha dischiuso un orizzonte. La Sua convinzione ha generato un cammino.
Dieci porte artistiche — otto in Italia, due in Portogallo — affidate a dieci interpreti della cultura contemporanea, ciascuno chiamato ad ascoltare la realtà del carcere che ospita la propria opera, per tradurla in forma visibile. Non decorazioni o installazioni effimere ma segni che parlano a tutti: ai detenuti che quotidianamente abitano questi spazi, ai cittadini che vi transitano accanto.
A Brescia, una delle città scelte per ospitare una Porta della Speranza, la progettazione è stata affidata all’Architetto Stefano Boeri. La sua opera per Canton Mombello concretamente traduce in materia il senso del progetto. Non una porta sola, ma due porte fisicamente distinte, eppure intimamente legate: una collocata all’interno del carcere, aperta, con un’anta trasformata in bacheca digitale che aggiorna costantemente i detenuti sulle opportunità offerte da aziende e cooperative del territorio; l’altra, speculare, collocata in Piazzale Arnaldo, rivolta ai cittadini, che mostra le opportunità rivolte ai detenuti e le informazioni sulla vita carceraria.
Due soglie che si guardano, quindi: un ponte comunicativo tra il carcere e la città che mette al centro il lavoro, ovvero il desiderio di essere parte attiva, trasformativa della città. Non simbolismo astratto ma architettura che sostiene la trasformazione personale e comunitaria.
Il Vescovo di questa Diocesi, Sua Eccellenza Monsignor Pierantonio Tremolada, aveva già visto con chiarezza il significato di questo progetto. Lo scorso 15 febbraio, nell’omelia per la solennità dei Santi Faustino e Giovita, Patroni di Brescia, lo ha mostrato come segno di un compito condiviso. Ha ricordato che queste due porte creeranno un ponte tra il carcere e la città, per scambiare «messaggi di speranza, di casa e di lavoro per chi guarda a un futuro di riscatto, ma anche messaggi di bellezza e di condivisa umanità». E ha invitato la città intera a costruire quella che ha chiamato con bella formula «un’alleanza sociale per la speranza». Oggi, inaugurando questa porta, quella visione diventa realtà.
C’è qualcosa di profondamente bresciano in tutto ciò. Brescia conosce da secoli il legame tra prigionia e pensiero. Nel 1238, il giudice e filosofo Albertano da Brescia — uno dei grandi intellettuali civili del Medioevo italiano — fu fatto prigioniero e rinchiuso nelle carceri di Cremona. Da quella prigionia nacque la sua prima opera filosofica, dedicata all’amore di Dio e del prossimo. Pochi anni dopo, tornato libero, scrisse il Liber consolationis et consilii: un trattato sul perdono come virtù non solo cristiana, ma necessaria dote civile di ogni società che voglia davvero trasformarsi. Albertano sapeva per esperienza diretta che le mura di un carcere non definiscono un uomo. Questo progetto si fonda su una convinzione: la speranza non è un ornamento ma una responsabilità condivisa che Brescia ha già cominciato a esercitare con un impegno che merita di essere riconosciuto pubblicamente.
Il Dicastero ringrazia la Direttrice di questo istituto, la dottoressa Francesca Paola Lucrezi, che ha aperto le porte di questa istituzione non solo al progetto artistico, ma continua a tenerle aperte al dialogo con la città. Il Dicastero ringrazia il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia che accompagna questo progetto e la Polizia Penitenziaria, che ogni giorno abita questa soglia con professionalità e con umanità.
Un particolare riconoscimento va al ricco mondo imprenditoriale, associativo e del volontariato bresciano, che anche in occasione del progetto Porte della Speranza ha dimostrato di non voler lasciare soli i detenuti delle carceri bresciane con accordi per percorsi di formazione lavorativa, tirocini di reinserimento sociale. La porta di Boeri non è solo un’opera d’arte ma la forma visibile di tutto questo lavoro. La bacheca digitale rivolta ai detenuti e quella rivolta alla città sono il segno che il reinserimento non è un atto di carità ma un patto civile: un patto che questa città ha deciso di onorare.
Il Dicastero ringrazia Fondazione Cariplo con il proprio contributo ha reso possibile non solo la realizzazione materiale ma lo sviluppo educativo e formativo del progetto: un esempio luminoso di come le risorse delle comunità possano tornare ad essa nelle forme più feconde. Il Dicastero ringrazia anche tutti coloro che hanno donato impegno, lavorazioni, materiali e risorse per questo progetto: il coinvolgimento di tante imprese e artigiani mentre sostiene questa opera contribuisce a diffonderne il valore. Un concerto di generosità e intelligenza coordinate da Studio Rampello & Partners e dalla direzione artistica del Professor Davide Rampello.
Il nostro Papa Leone XIV, celebrando la Santa Messa per il Giubileo dei Detenuti lo scorso dicembre, ha pronunciato parole che dovremmo fare nostre: «Nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto. La giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati!» In quella stessa omelia, il Papa ha evocato San Paolo VI — indimenticato e indimenticabile Pontefice nato e cresciuto in questa Diocesi — che alla conclusione dell’Anno giubilare del 1975 indicò alla storia la direzione: «La civiltà dell’amore».
Impegniamoci insieme affinché cresca la civiltà dell’amore, che sa guardare ogni persona come portatrice di un futuro possibile, che sa costruire soglie invece di muri, che testimonia la possibilità e l’incoraggiamento per rialzarsi dopo ogni caduta. Questo è l’appello che Albertano aveva scritto ottocento anni fa, che Paolo VI aveva annunciato al mondo, che Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno riproposto con vigore e con coraggio, e che il Vescovo Tremolada ha consegnato con generosità a questa città.
E Brescia, oggi, lo traduce in due porte aperte! Grazie, Brescia, grazie!
Mons. Carlo Maria Polvani