INTERVENTI

© Giulia Parmigiani

Il cardinale Tolentino de Mendonça a Venezia propone un elogio al cinema

interventi ‒ 04 settembre 2026

"Tutta la conoscenza, la poesia, il cinema sono nati da una domanda, da un’ignoranza. L’arte nasce dalla ferita, dal dolore, dall’inquietudine, non dalla ripetizione meccanica di ciò che una macchina ha memorizzato."

In occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il 4 settembre 2026 la Scuola Grande della Misericordia ha ospitato il forum The Future Of Creativity, promosso da Finch & Partners e Creative Artists Agency (CAA), sui temi di intelligenza artificiale e creatività, copyright, lavoro, concentrazione del potere tecnologico e tutela dell’essere umano.

Moderato dalla giornalista inglese Emily Maitlis, il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera, ha aperto l'evento strutturato nella forma di un simposio tra gli ospiti, quali George Clooney, Maggie Gyllenhaal, Giuseppe Tornatore, Alexandre Desplat, Lorenzo Mieli, Shannon Murphy, Lee Daniels, Meredith Whittaker, Darren Walker, Kennedy Yanko e il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione, che ha concluso il suo intervento richiamando l'enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, che pone la tutela della persona al centro della riflessione sull’intelligenza artificiale. 

Lo scorso novembre, ricevendo nel Vaticano i rappresentanti della settima arte — registi, attori, tecnici e maestranze — Papa Leone XIV ha offerto una delle riflessioni più urgenti in difesa del cinema. Ha aperto il Suo discorso definendo il cinema «un’arte giovane, sognatrice e un po’ irrequieta», pur essendo ormai centenaria — un’arte, cioè, che non ha ancora smesso di cercare la sua forma definitiva, e proprio per questo, ancora vivace.

Da lì, il Papa ha sviluppato alcune intuizioni che meritano di essere riprese e custodite. Ha ricordato che entrare in una sala buia è come attraversare una soglia, verso un altro tempo e un altro sguardo; ha definito gli artisti del cinema “pellegrini dell’immaginazione”. Ha insistito sul fatto che un film non è mai l’opera di un singolo, ma il frutto di un lavoro corale, in cui ogni persona (dal regista fino all’ultimo membro della troupe) è indispensabile, come in un’orchestra dove anche il silenzio di uno strumento ha il suo peso. Rivolgendosi ai presenti, il Papa ha affermato con chiarezza che «la nostra epoca ha bisogno di testimoni di speranza, di bellezza, di verità», affidando proprio a chi fa cinema questo altissimo compito umano.

Il passaggio più incisivo riguarda però il rapporto tra cinema e dolore: «Il grande cinema non sfrutta il dolore: lo accompagna, lo indaga» – ha precisato il Pontefice – poiché dare voce ai sentimenti complessi, contraddittori, talvolta oscuri che abitano il cuore dell’uomo è un atto d’amore, non un’operazione di mercato. L’arte non deve fuggire il mistero della fragilità: deve saperlo ascoltare, deve saper sostare davanti ad esso, come si sosta davanti a un volto che soffre, senza avere fretta di consolarlo con parole vuote. Per questo, Papa Leone ha invitato i cineasti a non avere «paura di confrontarsi con le paure del mondo» (la violenza, la povertà, l’esilio, la solitudine, le guerre dimenticate) perché sono proprio queste ferite, raccontate con onestà, a restituire allo spettatore la possibilità di riconoscersi e di comprendere la realtà in cui vive. Ha anche richiamato, con toni preoccupati, la fragilità materiale del cinema stesso, osservando che «le sale cinematografiche vivono una preoccupante erosione», che le sottrae a città e quartieri: un impoverimento non solo economico ma comunitario, perché priva le persone di uno degli ultimi luoghi dove si può ancora fare esperienza condivisa di una storia.

Pochi mesi dopo, Leone XIV ha firmato la sua prima Lettera Enciclica, Magnifica humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dove torna sulle stesse preoccupazioni. L’Enciclica si apre con un’immagine biblica potente: davanti alle novità del nostro tempo, l’umanità si trova a un bivio tra innalzare una nuova “Torre di Babele” (il sogno di una potenza autosufficiente, che tutto omologa e sacrifica le persone all’efficienza) ed edificare la “Città della Pace”, cioè scegliere un cammino di responsabilità condivisa e di comunione. È la stessa alternativa che il cinema mette in scena fotogramma dopo fotogramma: o la riduzione dell’uomo alla funzionalità, alla comparsa anonima della storia, oppure il riconoscimento della sua irriducibile dignità, di quel qualcosa che nessuna macchina o intelligenza artificiale potrà mai calcolare.

Se c’è un’immagine capace di racchiudere che cosa sia il cinema, è quella di Sherazade. Ogni notte, per salvare la propria vita e quella di tutte le donne che sarebbero venute dopo di lei, Sherazade non offriva al sultano né potere né ricchezza, ma una storia e la lasciava sempre in sospeso, sull’orlo dell’alba, perché solo la promessa di un altro racconto poteva vincere la violenza con la meraviglia. Il cinema fa esattamente questo: ci dona storie che sospendono, per un tempo, la ferocia del mondo, e che proprio in quella sospensione, ci guariscono, non perché ci distraggano dal reale, ma perché ce lo restituiscono più abitabile.

Abbiamo bisogno di storie non per evadere dalla vita, ma per abitarla meglio. Una vita senza racconto è una vita senza forma: gli eventi si accumulano senza senso, il dolore resta muto, la gioia rimane incomunicabile, come fotogrammi girati ma mai montati. Le storie sono lo strumento con cui l’essere umano trasforma il tempo che scorre in un’esperienza che si può condividere, ricordare, trasmettere. Andrej Tarkovskij intendeva il cinema come possibilità di scolpire il tempo stesso e di renderlo visibile come materia spirituale. È per questo che ogni civiltà, fin dalle origini, si è raccolta attorno al fuoco per ascoltare chi racconta: prima gli aedi, poi i cantastorie, oggi i registi, che hanno semplicemente sostituito il fuoco con la luce del proiettore, senza cambiarne la funzione più profonda: riunire gli uomini nel buio, e restituire loro, alla fine, un po’ di luce.

Il cinema, però, non si limita a raccontare la consolazione: la mette in scena come un evento, un avvenimento che lo spettatore attraversa insieme ai personaggi. Se mi permettete, uno esempio, tra i tanti possibili, basta a mostrare come il cinema sappia farsi presidio di speranza proprio nel cuore della catastrofe.

Penso al capolavoro di Roberto Rossellini: Roma città aperta (1945). Il film racconta la Resistenza romana sotto l’occupazione nazista, e culmina nella fucilazione di don Pietro Pellegrini, il prete che ha aiutato i partigiani e che paga con la vita la propria fedeltà agli uomini che ha protetto. Rossellini non chiude il film con il colpo di pistola dell’Ufficiale della Gestapo che uccide il sacerdote. Nell’ultima scena, un gruppo di ragazzini — quelli che per tutto il film hanno giocato alla guerra tra le strade, imitando gli adulti — assiste all’esecuzione da lontano, aggrappati a una rete metallica. Poi si voltano, e si allontanano insieme, in silenzio, camminando verso la città. All’orizzonte, nella luce incerta dell’alba, si staglia la cupola di San Pietro. Non c’è musica trionfale, non c’è retorica: c’è soltanto un gruppo di bambini che cammina verso casa, dopo aver visto la morte in faccia. Ed è precisamente in quel camminare, in quel non fermarsi, che Rossellini deposita la sua idea di speranza: la vita continua, i bambini crescono, la città — ferita, occupata, distrutta — resta lì, ad aspettare chi avrà il coraggio di ricostruirla.

Proprio qui si colloca l’inquietudine più attuale. L’intelligenza artificiale può produrre immagini, dialoghi, persino intere narrazioni, con una velocità che nessun essere umano potrà mai eguagliare. Ma la produzione automatica non è racconto, e la simulazione non è testimonianza. Il rischio non è che le macchine imparino a raccontare storie: è che, sotto la pressione dell’efficienza e dell’omologazione algoritmica, dimentichiamo che una storia vale perché qualcuno l’ha vissuta, sofferta, guardata negli occhi prima di narrarla — un regista che ha atteso la luce giusta all’alba su una città in rovina, un attore che ha prestato il proprio corpo e la propria voce a un dolore non simulato, una troupe che ha condiviso settimane di fatica per un’unica inquadratura che dura pochi secondi. Magnifica humanitas lo dice con chiarezza: la scelta di fronte alla nuova Torre di Babele non è tra progresso e arretratezza, ma tra una tecnica che sostituisce la responsabilità umana e una tecnica che la serve.

Il cinema, se resta fedele alla propria vocazione, è un argine naturale contro questo rischio: perché ogni volta che una sala si accende nel buio, ricorda a tutti noi che una storia autentica nasce sempre da uno sguardo umano posato su un altro essere umano. E che nessuna produzione automatica potrà mai sostituire quello sguardo, quella pazienza, quello desiderio, quella grazia che si chiama arte.

Bisogna dirlo con chiarezza, perché il tempo lo esige: il cinema non è, in fondo, una tecnica per produrre immagini in movimento. È qualcosa di più radicale e di più fragile: è la traccia che una luce reale, riflessa da un corpo reale, esposto per un tempo reale e irripetibile, lascia su una superficie sensibile. Ogni fotogramma di un vero film è anche un documento: la prova che qualcosa è accaduto davanti a un obiettivo, che un attore ha davvero respirato quell’aria, che quella luce dell’alba è davvero sorta una sola volta, in quel modo, e mai più. È questa la differenza ontologica tra il cinema e ciò che una macchina genera per calcolo statistico a partire da milioni di immagini altrui: l’immagine generata non ha un referente, non è mai stata esposta al rischio del reale. Non trema, perché nessun vento l’ha mai davvero attraversata. Non invecchia, perché nessun corpo mortale l’ha mai davvero abitata.

Il cinema, infatti, è inseparabile dalla mortalità. Un film conserva per sempre un volto che un giorno non ci sarà più: guardiamo oggi i ragazzini di Rossellini, ormai uomini anziani o già scomparsi, e li vediamo correre per sempre verso l’alba di una città che allora era ferita e oggi, è cambiata ancora. Questo è il miracolo del cinema: sconfiggere, almeno per la durata di una proiezione, il tempo che consuma ogni cosa, senza mai negare che quel tempo esista. Una macchina che genera volti mai esistiti non può compiere questo miracolo, perché non ha nulla da salvare dalla morte: genera, non ricorda; produce, non custodisce.

Per questo il cinema resterà, nella sua essenza più vera, un’arte irriducibilmente umana. Con la stessa serietà con cui l’umanità ha imparato a riconoscere patrimonio comune – le cattedrali, le biblioteche, le lingue che portano dentro di sé mondi interi – bisogna avere il coraggio di dire: il cinema è patrimonio dell’umanità. Non per la quantità di pellicola prodotta, ma perché da cent’anni ha permesso a milioni di esseri umani, di lingue e culture diversissime, di riconoscersi nello stesso volto sullo schermo, di piangere per lo stesso destino, di sperare nella stessa alba.

Il cinema è patrimonio dell’umanità, perché è memoria dell’umanità, perché è consolazione dell’umanità, perché è ancora oggi uno dei pochi luoghi in cui l’umanità intera può riconoscersi come una sola famiglia, seduta al buio, in attesa della stessa luce.

 

Card. José Tolentino de Mendonça

Venezia, 4 settembre 2026

© Giulia Parmegiani