INTERVENTI
Copertina di libro del 16 secolo con pergamena e frammenti di libro cuciti su tela, su telaio

Bibbia e bellezza

interventi ‒ 01 dicembre 2023

 

Quando sant’Agostino, nel suo De Doctrina Christiana scriveva che chi sfoglia la Bibbia «troverà molti generi di locuzione di grande bellezza», osava temerariamente paragonare i Libri Sacri all’eccellenza letteraria dei testi classici, riconoscendo che la qualità spirituale viene anche enunciata da una qualità estetica. Senza dubbio per Agostino la Bibbia era fonte di esperienza religiosa, ma anche, e in maniera irresistibile, una scuola di scrittura e di lettura. Ma il suo secolo si trovava incastonato in un canone ristretto di bellezza: un giovane che volesse imparare la sorpresa e la perfezione dello stile doveva unicamente imbeversi della tradizione retorica o poetica tradizionale, il che vale a dire di quella greco-latina. La Bibbia era unicamente un supporto religioso. Una lingua di stralci accusata di rusticitas. Quello che raccontava aveva un senso, ma descritto in maniera irrilevante in una società che si ammutinava intorno ai filosofi, ai drammaturghi o ai tribuni. Le parole di Agostino, che parlano di «tanta bellezza», riferendosi alla Bibbia, rappresenterebbero per gli ascoltatori del suo tempo non un giudizio ma una provocazione. 

Al grande sforzo di svolta metodologica che si vede attualmente nelle scienze bibliche, ha molto contribuito l’inaspettato lavoro di autori che non hanno cominciato come teologi o esegeti, ma che provengono dall’ambito degli studi letterari o artistici e guardano con entusiasmo all’altissima qualità estetica della narrazione biblica. 

Penso a Erich Auerbach, il quale, nella sua opera monumentale sul realismo nella letteratura dell’Occidente, distingue soltanto due paradigmi fondamentali: l’Odissea e la Bibbia, accorgendosi che, nell’economia delle narrazioni bibliche, esiste una profonda intenzionalità artistica e un concetto molto elaborato del reale. 

In un’altra opera di riferimento dedicata allo studio della narrazione, Scholes e Kellog affermano che lo sviluppo del mondo interiore dei personaggi che, ad esempio, ci emoziona in Shakespeare o in James Joyce sono, in fin dei conti, un elemento che deriva dal cristianesimo, perché Gesù ha forzato la cultura del suo tempo (in grande misura del nostro) a prendere maggior coscienza della vita interiore e a preoccuparsi meno dell’apparenza esteriore. 

Nel De profundis Oscar Wilde offre la seconda testimonianza: «A Natale sono riuscito a trovare un Nuovo Testamento in greco, e tutte le mattine, dopo aver pulito la cella e i piatti, leggo qualche pagina dei Vangeli, una dozzina di versetti scelti a caso. È un modo meraviglioso di iniziare la giornata. (...) Abbiamo perso la naïveté, la freschezza e l’incanto dei Vangeli. Li abbiamo sentiti leggere troppe volte, e troppo male, e ogni ripetizione è contro-spirituale. Quando ritorniamo al greco, è come se entrassimo in un giardino di gigli, dopo essere usciti da una casa piccola e buia». 

Nei Vangeli, lo scrittore trovava tutti gli elementi della vita: il mistero, la stranezza, la suggestione, l’estasi, l’amore, l’appello alla capacità di stupore che crea quella disposizione di spirito tramite la quale, e soltanto tramite la quale, essa può essere capita. Ecco perché, spiega, si deve tutto ai testi biblici: la Cattedrale di Chartres, il ciclo delle leggende arturiane, la vita di san Francesco di Assisi, l’arte di Giotto, la Divina Commedia di Dante, Romeo e Giulietta e Il racconto d’inverno, I miserabili di Victor Hugo e I fiori del male di Baudelaire, i marmi di Michelangelo, l’impronta di pietà nei romanzi russi, Verlaine e i poemi di Verlaine. 

È diventata giustamente famosa la definizione che appartiene al poeta William Blake sulle Scritture giudaico-cristiane: «un grande codice dell’arte dell’uomo». Il che significa che l’attività culturale dell’Occidente è stata ininterrottamente fecondata dal testo e dalla simbologia biblici. In effetti, senza la chiave biblica, la ricchezza pittorica della Cappella Sistina, visitata tutti i giorni da migliaia di persone, sarebbe più intrigante e impenetrabile delle misteriose statue dell’Isola di Pasqua. Ma anche i grandi musei nazionali, almeno quelli dell’Europa, sarebbero un arsenale di oggetti senza ragione né significato. La Bibbia rappresenta una sorta di «atlante iconografico», un «cantiere di simboli». È un ricettacolo di storie, un armadio pieno di personaggi, un teatro del naturale e del soprannaturale, un affascinante laboratorio di linguaggi. Non conoscere la Bibbia non è soltanto una carenza dal punto di vista religioso: è anche una carenza culturale, perché significa perdere di vista una parte decisiva dell’orizzonte nel quale storicamente siamo inseriti. Capire la Bibbia vuol dire capire se stessi. 

 

 

José Tolentino de Mendonça

SIDIVAL FILA, SENZA TITOLO CARTA ANTICA 29 SIDIVAL FILA, SENZA TITOLO CARTA ANTICA 29