INTERVENTI

L'educazione in ospedale: il vero maestro che va incontro all'allievo

interventi ‒ 04 giugno 2026

La scuola in ospedale è qualcosa di simmetrico e complementare: è un’aula da campo.

Il 4 giugno 2026 l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma ha organizzato un convegno celebrativo in cui, istituzioni, figure del mondo accademico, professionisti della salute e studenti ha reso omaggio ad una data meritevole di attenzione, i 50 anni di Scuola in Ospedale, ripercorrendo le tappe compiute dal Bambino Gesù per rendere il percorso educativo in corsia un momento di apprendimento, ma anche di speranza e resilienza. 

Carissimi

è con profonda gratitudine che prendo la parola al termine di questa mattinata per portarvi il saluto del Cardinale de Mendonça.

Cinquant’anni sono un traguardo che merita di essere celebrato non soltanto come un anniversario, ma come la conferma di una promessa mantenuta: la promessa che nessun bambino, per il fatto di essere malato, debba rinunciare al diritto di imparare, di crescere, di immaginare il proprio futuro.

Vorrei partire da un’immagine. In un celebre racconto biblico, il profeta Elia, esausto e sconfitto, si sdraia sotto un ginepro e chiede di morire. Ma un angelo lo sveglia, gli offre pane e acqua, e gli dice: «Alzati e mangia, perché è ancora lungo il cammino». In queste parole c’è tutta la pedagogia della cura: non si tratta di negare la fatica, la malattia, il dolore. Si tratta di offrire il nutrimento necessario perché il cammino possa continuare. La scuola in ospedale è esattamente questo: un pane offerto a chi è stanco, un gesto che dice “il tuo viaggio non è finito”.

Cinquant’anni fa, in questo ospedale, qualcuno ebbe l’intuizione che un bambino ricoverato non è soltanto un paziente. È uno studente. Quell’intuizione, che allora poteva apparire come un esperimento coraggioso, si è rivelata nel tempo una delle forme più alte di civiltà educativa. Si è rivelata, soprattutto, una forma di giustizia.

Dico giustizia, e non soltanto generosità, perché il diritto all’istruzione non conosce eccezioni. Non si sospende quando un bambino varca la soglia di un reparto. Non si mette in pausa quando il corpo è attraversato dalla sofferenza.

Anzi, è proprio in quel momento che l’educazione rivela la sua natura più profonda: non è soltanto trasmissione di saperi, ma costruzione di senso. È la possibilità di abitare il tempo della malattia non come un tempo vuoto, ma come un tempo in cui qualcosa di decisivo continua ad accadere.

Papa Francesco ci ha insegnato a pensare la Chiesa come un “ospedale da campo”. Ebbene, la scuola in ospedale è qualcosa di simmetrico e complementare: è un’aula da campo.

È lo spazio in cui l’educazione accetta, di uscire dalle proprie mura, di raggiungere i bambini là dove si trovano. E in questo gesto c’è un insegnamento che vale per tutta la scuola, per tutta l’educazione: il vero maestro non aspetta che l’allievo venga a lui, ma va incontro all’allievo.

Questo andare incontro ha un nome preciso nel vocabolario cristiano: si chiama incarnazione. Non è un concetto astratto. È la scelta di entrare nella concretezza delle situazioni umane, nella fragilità dei corpi, nella complessità delle storie. Ogni insegnante che entra in una stanza d’ospedale per fare lezione compie, in un certo senso, un atto di incarnazione: porta il sapere dentro la vita, e la vita dentro il sapere.

Ci è stato ricordato quanto sia decisivo il rapporto tra la cura del corpo e la cura della mente, tra la terapia medica e l’accompagnamento educativo. Ci è stato mostrato come cinquant’anni di esperienza abbiano generato un patrimonio di competenze, di relazioni, di buone pratiche che costituisce una ricchezza per l’intero sistema educativo italiano. E ci è stato chiesto di guardare avanti, verso una scuola capace di integrare le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale senza perdere il cuore della relazione educativa.

Su questo ultimo punto vorrei soffermarmi un istante.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia promette di risolvere ogni problema, di colmare ogni distanza, di sostituire ogni mediazione umana. L’intelligenza artificiale ci ha spiegato Papa Leone XIV nella sua prima Enciclica Magnifica humanitas apre possibilità straordinarie anche in ambito educativo e sanitario: personalizzazione dei percorsi, accessibilità, continuità didattica. Sarebbe miope ignorare queste opportunità.

Ma sarebbe altrettanto miope dimenticare che nessun algoritmo potrà mai sostituire lo sguardo di un insegnante che entra nella stanza di un bambino malato e, con la sua semplice presenza, gli dice: tu sei importante, la tua intelligenza conta, il tuo futuro mi sta a cuore.

La tecnologia è uno strumento. La relazione è il fondamento. E la scuola in ospedale ce lo ricorda ogni giorno con una chiarezza che nessun trattato di pedagogia saprebbe eguagliare. Qui, dove i margini sono più stretti, dove il tempo è più prezioso, dove la fragilità è più visibile, la relazione educativa si rivela in tutta la sua potenza. Un’ora di lezione al letto di un bambino oncologico non è un surrogato della scuola vera: è la scuola nella sua forma più vera.

Vorrei ora condividere una riflessione che mi sta particolarmente a cuore. L’esperienza della scuola in ospedale ci insegna qualcosa di fondamentale sulla natura stessa dell’educazione.

Ci insegna che educare non è riempire un contenitore, ma accendere un fuoco – per usare un’immagine classica. Ma ci insegna anche qualcosa di più: ci insegna che quel fuoco può ardere in qualsiasi circostanza. Non esiste una condizione umana in cui l’apprendimento sia impossibile. Non esiste una sofferenza che cancelli la sete di conoscenza. E questo è un messaggio di speranza che va ben oltre le mura di questo ospedale.

Penso ai bambini che in questi cinquant’anni hanno attraversato le corsie del Bambino Gesù e che, accanto alle cure mediche, hanno ricevuto il dono di una lezione, di un libro, di un problema di matematica da risolvere, di un disegno da completare. Per molti di loro, quei momenti non sono stati una parentesi nella malattia, ma una finestra aperta sul mondo. Per alcuni, sono stati il filo che li ha tenuti legati alla normalità, alla vita dei compagni di classe, al ritmo delle stagioni che fuori continuava. Per tutti, sono stati un atto di fiducia: qualcuno ha creduto nel loro domani anche quando il domani era incerto.

È questa fiducia che vorrei celebrare oggi. La fiducia degli insegnanti che ogni giorno adattano programmi, inventano strategie, trasformano un comodino in un banco e una flebo in una compagna silenziosa di studio. La fiducia delle famiglie che, in mezzo all’angoscia della malattia dei propri figli, trovano la forza di continuare a credere nella scuola. La fiducia dei medici e degli operatori sanitari che hanno compreso, fin dall’inizio, che la cura integrale del bambino passa anche attraverso l’educazione. La fiducia di questa istituzione, il Bambino Gesù, che da mezzo secolo ospita e sostiene questa straordinaria avventura.

Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione guarda a questa esperienza con ammirazione e con la consapevolezza che essa rappresenta un paradigma per l’intera comunità educativa. Nel mondo ci sono milioni di bambini che, per ragioni di salute, di conflitto, di emarginazione, non possono accedere alla scuola nelle forme tradizionali. L’esperienza del Bambino Gesù ci mostra che l’educazione può e deve trovare strade nuove per raggiungerli. Non è il bambino che deve adattarsi alla scuola: è la scuola che deve adattarsi al bambino. Questo principio, che qui è praticato da cinquant’anni, dovrebbe diventare la bussola di ogni politica educativa.

In questi cinquant’anni, la scuola in ospedale ha anche generato una cultura della prossimità che meriterebbe di essere studiata e diffusa. Gli insegnanti che operano in corsia sviluppano una sensibilità unica: imparano a leggere non soltanto i progressi didattici, ma anche gli stati d’animo, le paure, i silenzi dei loro studenti. Diventano, spesso senza rendersene conto, mediatori tra il mondo esterno e il mondo della malattia. Costruiscono ponti invisibili ma solidissimi tra la normalità della vita scolastica e la straordinarietà della condizione ospedaliera.

Questa competenza relazionale, affinata giorno dopo giorno, rappresenta un tesoro pedagogico che l’intero sistema formativo dovrebbe saper riconoscere e valorizzare.

Permettetemi di concludere con un’altra immagine biblica. Nel Vangelo di Marco, si racconta di un paralitico che non riesce ad avvicinarsi a Gesù perché la folla è troppo fitta. I suoi amici, allora, salgono sul tetto, aprono un varco e lo calano davanti al Maestro. È un gesto audace, creativo, persino un po’ folle. Ma è esattamente ciò che fa la scuola in ospedale: quando la strada normale è bloccata, apre un varco nel tetto. Trova un passaggio inedito. Porta il bambino là dove il sapere e la vita si incontrano.

A voi, insegnanti della scuola in ospedale, voglio dire: siete quegli amici sul tetto. Il vostro lavoro quotidiano è un atto di audacia e di amore. Non è mai routine, anche quando sembra tale. Ogni volta che aprite un libro accanto a un letto d’ospedale, state aprendo un varco nel tetto. State dicendo a quel bambino che la conoscenza non ha barriere, che la bellezza non si ferma alle porte di un reparto, che il pensiero è libero anche quando il corpo non lo è.

A voi, studenti che avete vissuto o state vivendo l’esperienza della scuola in ospedale, voglio dire: la vostra resilienza è una lezione per tutti noi. Avete dimostrato che si può studiare anche quando tutto sembra remare contro, e che la voglia di imparare è una forma di coraggio.

A questa istituzione e a tutte le persone che, in modi diversi, hanno reso possibili questi cinquant’anni, voglio esprimere la riconoscenza della Chiesa e del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Avete costruito qualcosa che durerà, perché avete costruito sulle fondamenta solide e giuste: la dignità di ogni bambino, il diritto all’istruzione, la forza della relazione umana.

Che i prossimi cinquant’anni siano altrettanto fecondi, altrettanto coraggiosi, altrettanto luminosi. E che questa scuola, nata in corsia mezzo secolo fa, continui a essere ciò che è sempre stata: un segno di speranza, un atto di giustizia, un varco aperto nel tetto del mondo.

Grazie.

Mons. Carlo Maria Polvani

Segretario del Dicastero per la Cultura e l'Educazione